Tradizione sull'aia a San Miniato con il libro del giornalista Franco Polidori e i vecchi modi di dire. - Toscana Daily

Tradizione sull’aia a San Miniato con il libro del giornalista Franco Polidori e i vecchi modi di dire.

Le feste popolari che si tramandano da anni si devono adeguare ai nuovi tempi. E così anche a San Miniato, nella frazione de La Serra, la tradizionale festa sull’Aia si è svolta  in termini ridotti ma non per questo meno importanti per la cultura popolare.

Tra “ciaccini” e patatine fritte si sono esibiti anche i cantastorie in 8 rima, un tempo lontano animatori di ogni festa contadina. L’occasione è stata anche la presentazione del libro del giornalista Franco Polidori che nel suo libro “Le nostre radici” ha raccolto aforirsmi, vocaboli, vernacolo, modi di dire e foto di ieri e di oggi facendo un viaggio in quello che oggi è detto, comprensorio del cuoio. San Miniato e dintorni offrono un interessante spunto di riflessione, essendo “terra di confine tra due province: Firenze e Pisa.

La città collinare e i suoi dintorni fino al 1930 erano sotto Firenze e quindi la parte che guarda verso il capoluogo risente della cadenza fiorentina. Al contrario la parte che guarda verso Pisa, dove l’impostazione è diversa e anche alcuni modi di dire. Il bello della lingua, viva che cambia è riportato in questo libro che, nella presentazione è stato accompagnato da due cantastorie. Alessio Guardini e Maurizio Mordacchini hanno fatto il loro racconto in rima attraversando le tradizioni contadine.

“Quando sono arrivato qui – ha raccontato Don Francesco Ricciarelli che da sempre nella campagna adiacente la chiesa ospita la festa sull’Aia – entrarono in canonica per rubare. Mi dissero “ che ero stato “barzellato” e io pensavo che “fosse il balzello cioè la “tassa” da pare. Poi ho scoperto che qui si intende che mi avevano preso di mira.

Sempre Don Francesco si chiede come mai qui le noccioline americane siano chiamate “giapponi”. E ancora parole come “soloni”, botro”. Tra domande e letture dal libro di Franco Polidori anche il sindaco Simone Giglioli, pur essendo giovane, ha raccontato episodi di questa parte di Toscana.

Parole usate poco dai giovani ma ancor presenti nel territorio come “incignare” nel senso di iniziare anche se riferito soprattutto ad un abito, un paio di scarpe o anche una bottiglia di vino  ma anche “ smarimettere” più adatto ad un bel prosciutto (in fiorentino marimettere).

Ancora Don Francesco fa notare che “incignare” è parola arcaica e contadina ma di “nobile” origine deriva dal greco con il significato di inizio, festa di inaugurazione. E ancora se il pc vi segnala errato il verbo “spengere”  suggerendo spegnere, sappiate che in Toscana resistono parole arcaiche.  In questo caso la metatesi, cioè lo scambio dei fonemi, conduce il verbo ad avvicinarsi al latino expingere cioè togliere colore, scolorire.

Ospiti del campetto della chiesa di dove è poi stata fatta la messa sotto le stelle nel rispetto del distanziamento per festeggiare e la processione per festa della Madonna Regina della Pace.

Aggiornato il: 07-09-2020 10:00