Coltivare la memoria è importante, ma non è sufficiente. La memoria è legata al ricordo personale e può essere a volte divisiva o diventare oggetto di odio. Per questo serve la conoscenza storica e la lettura dei documenti. “Immaginatevi – dice lo storico Luca Bravi dal palco del Cinema La Compagna a Firenze, più di trecento cinquanta studenti davanti a lui  – che la cultura sia come un mosaico: per funzionare ha bisogno di tutti gli elementi, ma non faremmo buona memoria se le tessere non servissero, tutte insieme, a costruire un percorso di pace”. Di dialogo e di riappacificazione, anche. 

E quale miglior modo di farlo – lo ricorda anche l’assessora all’istruzione e alla memoria Alessandra Nardini, che apre e chiude l’iniziativa toscana del Giorno del ricordo –  se non parlando con i giovani, facendo dialogare tra loro studenti adolescenti italiani e coetanei croati, riflettendo sui confini che sono luoghi di scontro ma anche di incontro. Con un gemellaggio ed uno scambio culturale, ad esempio, come quello promosso dalla Regione ed organizzato attraverso le scuole e gli istituti storici della Resistenza e dell’età contemporanea. Il progetto ha coinvolto il “Russel Newton” di Scandicci , il “Giovanni Castiglione” di Arezzo, il Pertini di Lucca e Il Copernico di Prato, oltre alla scuola media superiore italiana di Fiume, e il risultato, a giudicare dalle parole dei ragazzi, pare centrato. 

“Ho scoperto da questa esperienza che ci sono molte meno differenze di quelle che a volte pensiamo e che siamo molto più uniti di come la geografia ci descrive. Spero di morire cittadino degli Stati Uniti d’Europa” dice Pietro Manetti, studente del Copernico di Prato, diciotto anni..  “Le divisioni ideologiche non sono mai utili, ma sono purtroppo difficili da superare” aggiunge.  

La visita dei luoghi arricchisce emotivamente, ma può aiutare anche a comprendere. Ne è convinto Antonio Monaco, anche lui di Prato. “Ma è necessario – riflette – dare un giudizio storico sulla vicenda delle foibe e dell’esodo ed oggettivizzare la questione per sciogliere elementi di divisiomne da una parte e dall’altra, con l’obiettivo di una riconciliazione doverosa dopo ottanta anni”. L’Europa unita può aiutare.  E tutti, anche le compagne di avventura Elisa Brusic e Antea Marusic, si professano cittadini e cittadine d’Europa prima di sentirsi italiane o croate. 

Cambiare prospettiva e mettersi nei panni dell’altro è del resto, spesso,  il miglior modo per crescere ed imparare.  Cercando di intrecciare insieme il passato e il presente, come sottolinea Ilaria Cansella, direttrice dell’istituto storico della Resistenza ed età contemporanea di Grosseto, a proposito del progetto toscano sul valore del ricordo.  “I nostri istituti da venti anni lavorano su questi temi con le scuole” ricorda Matteo Mazzoni, direttore dell’Istituto storico toscano della Resistenze e dell’età contemporanea prima di ricostruire, con una serie di suggestioni, le guerre e le violenze che sono succedute lungo il confine orientale. a parti più volte invertite. “Sia chiaro – avverte – le violenze commesse dai fascisti e dei nazisti non possono giusticare la risposta titina che arriva dopo, ma ciò che è avvenuto dopo non cancella quello che è venuto prima”.  

C’è una foto dei presidenti italiano Mattarella e sloveno Pahor del 2020, a Basovizza, che aiuta a capire.  Basovizza è una frazione del comune di Trieste e lì si trova il pozzo di una miniera abbandonata  che è diventato il simbolo di tutte le stragi compiute da parte jugoslava prima in Istria e poi nella Venezia Giulia. Quasi cinquecento scomparvero nel 1943, tra le quattro e le cinquemila persone svanirono invece nel nulla tra maggio e giugno del 1945 alla fine della guerra. 

Le prime furono violenze da clima di insurrezione popolare successive all’armistizio dell’8 settembre: i croati colpirono quegli italiani che erano stati vissuti fino al giorno prima come oppressori e chiunque venisse riconosciuto come fascista – e magari non lo era stato – o faceva parte della borghesia rischiava grosso.  Di diversa natura furono le violenze del 1945, quando l’esercito jugoslavo arrestò tutte le persone in divisa: non solo militari, ma anche esponenti della guardia civica, carabinieri, questurini (come quei duecento che due preti sloveni videro a Basovizza, sottoposti ad un processo popolare), bidelli anche. Ne fecero le spese non solo gli italiani, ma tutti coloro che si pensava potessere mettere a rischio la creazione di un stato yugoslavo con Trieste e l’Istria, che era il progetto di Tito. In diciottomila forse furono deportati e in 4-5mila non fecero ritorno.

Ma Basovizza conserva all’ombra di tre alberi anche il monumento a quattro eroi sloveni: quattro giovanissimi antifascisti condannati a morte, i primi, nel 1930 dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato fascista. Memorie contrapposte, da riunire. 

Che la storia è complessa, anche quella delle singole persone, lo ricordano i ragazzi delle scuole. Dei quattro progetti presentati al Teatro della Compagnia di Firenze per il Giorno del Ricordo uno parla di Sergio Rusich: insegnante, partigiano ed esule istriano, maestro alla scuola della Montagnola nel quartiere dell’Isolotto a Firenze dove gli è stato intitolato l’anno scorso un giardino.  Un nome su una targa diventa in questo caso un viaggio tra vite reali e pagine di storia.  

Intervengono con un videomessaggio Marino Micich, figlio di esuli e direttore della Società di studi fiumani e dell’Archivio museo storico di Fiume, tra i principali studiosi delle vicende della frontiera orientale italiane, e Michele Scembra, preside della Scuola media superiore italian di Fiume, fondata  nel 1888 e felice di partecipare al progetto toscano. 

I ragazzi – sul palco studenti croati e italiani assieme – raccontano anche l’avversione con cui gli esuli italiani furono accolti in Italia. Uno dei convogli con cui arrivarono fu respinto a Bologna, rischiando il linciaggio, e dirottato su Parma. Riflettono su cosa è storia e cosa èp memoria.  

Ragazze e ragazzi parlano anche del valore delle contaminazioni e di come le appartenenze plurali siano una ricchezza: il messaggio forse più positivo, dove i confini diventano opportunità di incontro e scambio tra culture diverse. 


Comunicare per non dimenticare: confermati i progetti a Prato

La mostra fotografica del Progetto “Il porto delle donne. Le donne nel settore portuale e marittimo perché no?” arriva alla Camera dei Deputati