Ids nei giorni scorsi aveva comunicato che era stato firmato il contratto di compravendita delle azioni Ids da parte di un importante soggetto industriale e che vi erano delle condizioni sospensive vincolate alla vendita, tra cui la riduzione del personale.
Hanno dichiarato che dei 209 dipendenti ne dovevano licenziare 27 tra le varie sedi: 8 a Pisa, 13 a Roma, 3 a Napoli, 2 a Taranto e 1 a La Spezia, altrimenti poteva saltare l’operazione di compravendita.
Un ricatto a tutti gli effetti, visto che l’acquirente non si è mai presentato al tavolo, non sono stati presentati piani industriali, progetti, ne garanzie sul futuro del gruppo.


Una situazione aggravata dal fatto che in questo paese vige il blocco dei licenziamenti.
Nessun lavoratore può essere licenziato a seguito della normativa emanata a fronte dell’emergenza sanitaria, ed è preclusa ai datori di lavoro la possibilità di avviare procedure di licenziamento.
Fim e Uilm, sindacati nemmeno tanto rappresentativi a livello del gruppo Ids, hanno derogato al blocco dei licenziamenti firmando un accordo con l’azienda che da la possibilità all’ IDS di ridurre il personale, ledendo diritti fondamentali dei lavoratori e lasciando piena libertà all’impresa di poter licenziare precisi lavoratori.
Questo l’azienda non lo potrebbe fare nemmeno in regime di leggi ordinarie, figuriamoci in una fase di blocco dei licenziamenti.


A livello nazionale le organizzazioni sindacali si sono battute per ottenere il blocco dei licenziamenti dal governo, alla Ids invece Fim e Uilm hanno derogato a questo decreto legge.
Non si può sottostare a queste condizioni capestro, dividendo i lavoratori e facendo loro pesare che il futuro di 209 lavoratori dipende dal licenziamento di 27 di loro, senza che vi sia un piano industriale.
Si parla addirittura che il nuovo acquirente sia una importante società a maggioranza pubblica, che ha migliaia di dipendenti.
Questo aggrava ulteriormente il quadro di una gestione preoccupante, scellerata ed ingiusta, che deve risentire della ferma condanna e protesta. La Rsu di Pisa e quella di Napoli non hanno firmato l’accordo, a Taranto sono tutti iscritti alla Fiom e si pone un problema di rappresentanza e democrazia, ben sapendo che sui diritti indisponibili non ci può essere nessun referendum